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Rivivi il Simposio 2022

Carissimo Santo Padre
Eminenza, Eccellenze,
Cari partecipanti al Simposio,
“Chiedi al padrone della messe di mandare operai nella sua messe!” Il Signore chiama operai di ogni genere a lavorare nella sua vigna. Alcuni vengono assunti per prima cosa durante la giornata, altri a metà giornata, altri all’ultima ora; tutti ricevono un giusto salario, non in contanti secondo i criteri di questo mondo, ma in comunione con il Maestro la cui bontà non può essere vinta nella generosità.
Cosa possiamo aspettarci da una “teologia fondamentale del sacerdozio” nel contesto attuale accusato del dramma degli abusi sessuali perpetrati dai chierici? Non dovremmo piuttosto astenerci dal parlare di sacerdozio quando le colpe e i crimini di ministri indegni fanno notizia sulla stampa internazionale, per aver tradito il loro impegno o per aver coperto vergognosamente i colpevoli di tali depravazioni? su, pentirsi e cercare le cause di questi disastrosi slittamenti?
Siamo lacerati e umiliati da queste domande cruciali che vivono con noi ogni giorno come membri della Chiesa di Gesù Cristo. Questo è un momento opportuno per esprimere il nostro sincero rammarico e chiedere perdono alle vittime di ogni tipo che soffrono che la loro vita sia stata sconvolta da comportamenti abusivi e criminali rimasti troppo a lungo nascosti e trattati superficialmente proteggendo invece l’istituzione e i colpevoli delle vittime. Questo simposio riconosce il grido e la rabbia popolare che ci affliggono; aggiungiamo la nostra voce ai ricercatori della verità e della giustizia mentre aggiungiamo la preghiera al Signore della messe affinché la grazia risponda adeguatamente alle sfide poste dalla crisi sacerdotale del nostro tempo.
A questo proposito, credo che alla fine sarà necessario organizzare un evento come questo per fare il punto sugli studi sociologici in corso e per analizzare le cause storiche, culturali e anche teologiche che possono rivelare le radici di quello che papa Francesco chiama “clericalismo “. Clericalismo è un termine generico ma nondimeno concreto che designa un insieme di fenomeni di abuso di potere, abuso spirituale, abuso di coscienza, di cui l’abuso sessuale è solo la punta dell’iceberg, visibile e perverso, che emerge da deviazioni più profonde per essere individuato e smascherato.
Cari amici, non siamo ancora attrezzati per questo esercizio doloroso e tuttavia necessario, questo esame di coscienza teologica, spirituale e pastorale. Dobbiamo prepararci ad essa attraverso tappe di riflessione che ricostruiscano anzitutto l’orizzonte globale del sacerdozio e le dimensioni complementari della sua mediazione; perché alla base di questi fenomeni c’è uno squilibrio, una sopravvalutazione di una forma del sacerdozio a scapito dell’altra forma, battesimale, ahimè quasi dimenticata nel mondo cattolico. La difesa magistrale del sacerdozio ministeriale di fronte alla Riforma protestante ha lasciato in ombra l’altra dimensione essenziale, avallando in qualche modo una mentalità clericale di potere e un atteggiamento di eccessivo controllo da parte dei chierici sull’intera comunità ecclesiale. L’attuale ricerca sinodale risveglia la speranza per un nuovo equilibrio.
L’obiettivo di questo simposio è approfondire questo orizzonte globale del sacerdozio di Cristo donato nella condivisione prima ai battezzati, poi ai ministri ordinati, affinché le relazioni concrete tra i diversi membri del popolo di Dio siano attivamente parte del quadro di un’ecclesiologia di comunione, con un impegno fondamentale e multiforme per una Chiesa sinodale. Lo Spirito Santo chiama la Chiesa nel terzo millennio ad essere sinodale e così ad universalizzare la sua missione annunciando la Buona Novella come Popolo in cammino nella storia, come Corpo articolato che conta su ciascuno dei suoi membri per offrire il Vangelo a tutta l’umanità.
Riscoprire l’orizzonte globale del sacerdozio nelle sue due forme di partecipazione, battesimale e ministeriale, all’unico sacerdozio di Cristo è il presupposto per una completa analisi teologica del dramma dell’abuso; permette anche di affrontare la questione del posto della donna nella Chiesa in modo più aperto e più sensibile alla dimensione carismatica delle comunità; dovrebbe incoraggiare e sostenere ulteriormente l’entusiasmo per tutte le vocazioni con una visione attraente della loro comunione. Perché non dovrebbe essere permesso in un mondo saturo di cattive notizie di far posto alla gioia di un nuovo entusiasmo vocazionale nella sequela di Cristo?
Siamo estremamente onorati e incoraggiati, Santo Padre, dalla vostra presenza all’apertura di questo evento che avete sostenuto fin dall’inizio. Ringraziandovi con tutto il cuore, ringrazio anche e do un cordiale benvenuto a tutti coloro che si sono iscritti nonostante le incertezze della pandemia. Saluto nuovamente tutti coloro che seguiranno questi incontri in modalità virtuale. Santo Padre, siamo ansiosi di ascoltarti e di lasciarci spronare nella direzione del tuo discernimento dello Spirito Santo che opera oggi per una conversione missionaria della Chiesa. Con te preghiamo il padrone della messe che mandi operai nella sua messe.

Cari fratelli, buongiorno! 

Ringrazio per l’opportunità di condividere con voi questa riflessione, che nasce da quello  che il Signore mi ha via via fatto conoscere durante questi più di 50 anni di sacerdozio. Non voglio  escludere da questo ricordo grato quei preti che, con la loro vita e la loro testimonianza, fin dalla  mia infanzia mi hanno mostrato ciò che dà forma al volto del Buon Pastore. Ho meditato su che  cosa condividere della vita del sacerdote oggi e sono arrivato alla conclusione che la miglior parola  nasce dalla testimonianza che ho ricevuto da tanti sacerdoti nel corso degli anni. Ciò che offro è  frutto dell’esercizio di riflettere su di essi, riconoscendo e contemplando quali erano le  caratteristiche che li distinguevano e davano ad essi una forza, una gioia e una speranza singolari  nella loro missione pastorale. 

Nello stesso tempo, devo dire altrettanto di quei fratelli sacerdoti che ho dovuto  accompagnare perché avevano perduto il fuoco del primo amore e il loro ministero era diventato  sterile, ripetitivo e quasi senza senso. Il sacerdote nella sua vita attraversa condizioni e momenti  diversi; personalmente, sono passato attraverso varie condizioni e vari momenti, e “ruminando” le  mozioni dello Spirito ho constatato che in alcune situazioni, compresi i momenti di prova, difficoltà  e desolazione, quando vivevo e condividevo la vita in un certo modo rimaneva la pace. Sono  consapevole che si potrebbe parlare e teorizzare tanto sul sacerdozio; oggi desidero condividere con  voi questo “piccolo raccolto” affinché il sacerdote di oggi, qualunque sia il momento che sta  vivendo, possa vivere la pace e la fecondità che lo Spirito vuole donare. Non so se queste riflessioni  sono il “canto del cigno” della mia vita sacerdotale, ma di certo posso assicurare che vengono dalla  mia esperienza. Niente teoria qui, parlo di quello che ho vissuto. 

Il tempo che viviamo è un tempo che ci chiede non solo di intercettare il cambiamento, ma  di accoglierlo con la consapevolezza che ci troviamo davanti a un cambiamento d’epoca – questo  l’ho già ripetuto più volte. Se avevamo dubbi su questo, il Covid lo ha reso più che evidente: infatti  la sua irruzione è molto più che una questione sanitaria, molto più che un raffreddore. 

Il cambiamento ci pone sempre davanti a diversi modi di affrontarlo. Il problema è che  molte azioni e molti atteggiamenti possono essere utili e buoni ma non tutti hanno sapore di  Vangelo. E qui è il nocciolo, il cambiamento e l’azione che hanno e non hanno sapore di Vangelo, è  discernere questo. Per esempio, cercare forme codificate, molto spesso ancorate al passato e che ci  “garantiscono” una sorta di protezione dai rischi, rifugiandoci in un mondo o in una società che non  esiste più (se mai una volta è esistita), come se questo determinato ordine fosse capace di porre fine  ai conflitti che la storia ci presenta. È la crisi dell’andare indietro per rifugiarci. 

Un altro atteggiamento può essere quello di un ottimismo esasperato – «andrà tutto bene» –;  andare troppo in avanti senza discernimento e senza le decisioni necessarie. Questo ottimismo  finisce per ignorare i feriti di questa trasformazione, non riesce ad accettare le tensioni, le  complessità e le ambiguità proprie del tempo presente e “consacra” l’ultima novità come ciò che è  veramente reale, disprezzando così la saggezza degli anni. (Sono due tipi di fuga; sono gli  atteggiamenti del mercenario che vede venire il lupo e fugge: fugge verso il passato o fugge verso il  futuro). Nessuno di tali atteggiamenti porta a soluzioni mature. La concretezza dell’oggi, lì  dobbiamo fermarci, la concretezza dell’oggi. 

Invece, mi piace l’atteggiamento che nasce dalla fiduciosa presa in carico della realtà,  ancorata alla sapiente Tradizione viva e vivente della Chiesa, che può permettersi di prendere il  largo senza paura. Sento che Gesù, in questo momento storico, ci invita ancora una volta a  «prendere il largo» (cfr. Lc 5,4) con la fiducia che Lui è il Signore della storia e che, guidati da Lui,  potremo discernere l’orizzonte da percorrere. La nostra salvezza non è una salvezza asettica, da  laboratorio, no, o da spiritualismi disincarnati – c’è sempre la tentazione dello gnosticismo, che è  moderna, è attuale –; discernere la volontà di Dio significa imparare a interpretare la realtà con gli  occhi del Signore, senza bisogno di evadere da ciò che accade alla nostra gente là dove vive, senza  l’ansietà che induce a cercare un’uscita veloce e tranquillizzante guidata dall’ideologia di turno o da  una risposta prefabbricata, entrambe incapaci di farsi carico dei momenti più difficili e persino  oscuri della nostra storia. Queste due strade ci porterebbero a negare «la nostra storia di Chiesa, che  è gloriosa in quanto storia di sacrifici, di speranza, di lotta quotidiana, di vita consumata nel  servizio, di costanza nel lavoro faticoso»1. 

In tale contesto anche la vita sacerdotale risente di questa sfida; ne è sintomo la crisi  vocazionale che in diversi luoghi affligge le nostre comunità. È pur vero però che spesso questo è  dovuto all’assenza nelle comunità di un fervore apostolico contagioso, per cui esse non  entusiasmano e non suscitano attrattiva: le comunità funzionali, per esempio, ben organizzate ma senza entusiasmo, tutto è a posto ma manca il fuoco dello spirito. Dove c’è vita, fervore, voglia di  portare Cristo agli altri, sorgono vocazioni genuine. Persino in parrocchie dove i sacerdoti non sono  molto impegnati e gioiosi, è la vita fraterna e fervorosa della comunità che suscita il desiderio di  consacrarsi interamente Dio e all’evangelizzazione, soprattutto se questa comunità vivace prega  insistentemente per le vocazioni e ha il coraggio di proporre ai suoi giovani un cammino di speciale  consacrazione. Quando cadiamo nel funzionalismo, nell’organizzazione pastorale – tutto e soltanto  questo – ciò non attrae per nulla, invece quando c’è il prete o la comunità che ha questo fervore  cristiano, battesimale, lì c’è l’attrazione delle nuove vocazioni. 

La vita di un sacerdote è anzitutto la storia di salvezza di un battezzato. Il cardinale Ouellet  ha detto questa distinzione tra sacerdozio ministeriale e battesimale. Noi dimentichiamo a volte il  Battesimo, e il sacerdote diventa una funzione: il funzionalismo, e questo è pericoloso. Non  dobbiamo mai dimenticare che ogni vocazione specifica, compresa quella all’Ordine, è compimento  del Battesimo. È sempre una grande tentazione vivere un sacerdozio senza Battesimo – e ce ne  sono, sacerdoti “senza Battesimo” –, senza cioè la memoria che la nostra prima chiamata è alla  santità. Essere santi significa conformarsi a Gesù e lasciare che la nostra vita palpiti con i suoi stessi  sentimenti (cfr. Fil 2,15). Solo quando si cerca di amare come Gesù ha amato, anche noi rendiamo  visibile Dio e quindi realizziamo la nostra vocazione alla santità. Ben a ragione san Giovanni Paolo  II ci ricordava che «il sacerdote, come la Chiesa, deve crescere nella coscienza del suo permanente  bisogno di essere evangelizzato»2. E vai a dire tu a qualche vescovo, a qualche sacerdote che  dev’essere evangelizzato… non capiscono. E questo succede, è il dramma di oggi. 

Ogni vocazione specifica va sottoposta a questo tipo di discernimento. La nostra vocazione è  prima di tutto una risposta a Colui che ci ha amato per primo (cfr. 1 Gv 4,19). E questa è la fonte  della speranza poiché, anche in mezzo alla crisi, il Signore non smette di amare e, perciò, di  chiamare. E di questo ciascuno di noi è testimone: un giorno il Signore ci ha trovato lì dove  eravamo e come eravamo, in ambienti contraddittori o con situazioni familiari complesse. A me  piace rileggere Ezechiele 16 e a volte identificarmi: mi ha trovato qui, mi ha trovato così, e mi ha  portato avanti… Ma questo non lo ha distolto dalla volontà di scrivere, per mezzo di ognuno di noi,  la storia della salvezza. Fin dall’inizio fu così – pensiamo a Pietro e Paolo, Matteo…, per nominare  alcuni. L’aver scelto loro non deriva da un’opzione ideale ma da un impegno concreto con ciascuno  di essi. Ognuno, guardando la propria umanità, la propria storia, la propria indole, non deve  chiedersi se una scelta vocazionale è conveniente o meno, ma se in coscienza quella vocazione  dischiude in lui quel potenziale di Amore che abbiamo ricevuto nel giorno del nostro Battesimo. 

Durante questi periodi di cambiamento sono molte le domande da affrontare e anche le  tentazioni che verranno. Perciò, in questo mio intervento, vorrei soffermarmi semplicemente su ciò  che sento essere decisivo per la vita di un sacerdote oggi, tenendo a mente ciò che dice Paolo: «In  lui [Cristo] tutta la costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore» (Ef 2,21).  Crescere ben ordinata vuol dire crescere in armonia, e crescere in armonia soltanto può farlo lo  Spirito Santo, come la definizione che dava san Basilio, così bella: «Ipse harmonia est», numero 38  del Trattato «Sullo Spirito Santo». Ho pensato quindi che ogni costruzione, per mantenersi in piedi,  ha bisogno di fondamenta solide; per questo voglio condividere gli atteggiamenti che danno solidità  alla persona del sacerdote; voglio condividere – voi l’avete già sentito, ma lo ripeto ancora una  volta – le quattro colonne costitutive della nostra vita sacerdotale e che chiameremo le “quattro  vicinanze”, perché seguono lo stile di Dio, che fondamentalmente è uno stile di vicinanza  (cfr. Dt 4,7). Lui stesso si definisce così al popolo: «Ditemi, quale popolo ha i suoi dèi così vicini  come tu hai me?». Lo stile di Dio è vicinanza, è una vicinanza speciale, compassionevole e tenera.  Le tre parole che definiscono la vita di un sacerdote, e di un cristiano pure, perché si prendono  proprio dallo stile di Dio: vicinanza, compassione e tenerezza. 

Già in passato vi ho fatto riferimento; oggi però vorrei soffermarmi in maniera più estesa,  poiché il sacerdote, più che di ricette o di teorie, ha bisogno di strumenti concreti con cui affrontare  il suo ministero, la sua missione e la sua quotidianità. San Paolo esortava Timoteo a mantenere vivo  il dono di Dio che aveva ricevuto per l’imposizione delle sue mani, che non è uno spirito di timore,  ma di fortezza, d’amore e di sobrietà (cfr. 2 Tm 1,6-7). Credo che queste quattro colonne, queste  “quattro vicinanze” di cui parlerò adesso possono aiutare in modo pratico, concreto e speranzoso a  ravvivare il dono e la fecondità che un giorno ci sono stati promessi, a mantenere vivo quel dono. 

Prima di tutto la vicinanza a Dio. Quattro vicinanze, e la prima è la vicinanza a Dio. 

  1. Vicinanza a Dio 

Cioè vicinanza al Signore delle vicinanze. «Io sono la vite, voi i tralci», questo è quando  Giovanni nel Vangelo parla del “rimanere”. «Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché  senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e  poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono  in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato» (Gv 15, 5-7). 

Un sacerdote è invitato innanzitutto a coltivare questa vicinanza, l’intimità con Dio, e da  questa relazione potrà attingere tutte le forze necessarie per il suo ministero. Il rapporto con Dio è,  per così dire, l’innesto che ci mantiene all’interno di un legame di fecondità. Senza una relazione significativa con il Signore il nostro ministero è destinato a diventare sterile. La vicinanza con  Gesù, il contatto con la sua Parola, ci permette di confrontare la nostra vita con la sua e imparare a  non scandalizzarci di niente di quanto ci accade, a difenderci dagli “scandali”. Come è stato per il  Maestro, passerete attraverso momenti di gioia e di feste nuziali, di miracoli e di guarigioni, di  moltiplicazione di pani e di riposo. Ci saranno momenti in cui si potrà essere lodati, ma verranno  anche ore di ingratitudine, di rifiuto, di dubbio e di solitudine, fino a dover dire: «Dio mio, Dio mio,  perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46). 

La vicinanza con Gesù ci invita a non temere alcuna di queste ore – non perché siamo forti,  ma perché guardiamo a Lui, ci aggrappiamo a Lui e gli diciamo: «Signore, non permettere che io  cada in tentazione! Fammi comprendere che sto vivendo un momento importante nella mia vita e  che tu sei con me per provare la mia fede e il mio amore»3. Questa vicinanza a Dio a volte assume  la forma di una lotta: lottare col Signore soprattutto nei momenti in cui la sua assenza si fa  maggiormente sentire nella vita del sacerdote o nella vita delle persone a lui affidate. Lottare tutta la  notte e chiedere la sua benedizione (cfr. Gen 32,25-27), che sarà fonte di vita per molti. A volte è  una lotta. Mi diceva un prete che lavora qui in curia – che ha un lavoro difficile, di mettere ordine in  un posto, giovane –, mi diceva che tornava stanco, tornava stanco ma si riposava prima di andare a  letto davanti alla Madonna con il rosario in mano. Aveva bisogno di quella vicinanza, un curiale, un  impiegato del Vaticano. Si critica tanto la gente della curia, a volte è vero, ma io posso anche dire e  dare testimonianza che qui dentro ci sono dei santi, è vero questo. 

Molte crisi sacerdotali hanno all’origine proprio una scarsa vita di preghiera, una mancata  intimità con il Signore, una riduzione della vita spirituale a mera pratica religiosa. Questo voglio  distinguere anche nella formazione: una cosa è la vita spirituale, un’altra cosa è la pratica religiosa.  «Come va la tua vita spirituale?». 

«Bene, bene. Faccio la meditazione al mattino, prego il rosario, prego la “suocera” (la suocera è il  breviario) prego il breviario e tutto questo… Faccio tutto».  

No, questa è pratica religiosa. Ma come va la tua vita spirituale? Ricordo momenti importanti della  mia vita nei quali questa vicinanza al Signore è stata decisiva per sostenermi, sostenermi nei  momenti bui. Senza l’intimità della preghiera, della vita spirituale, della vicinanza concreta a Dio  attraverso l’ascolto della Parola, la celebrazione eucaristica, il silenzio dell’adorazione,  l’affidamento a Maria, l’accompagnamento saggio di una guida, il sacramento della  Riconciliazione, senza queste “vicinanze” concrete, un sacerdote è, per così dire, solo un operaio  stanco che non gode dei benefici degli amici del Signore. A me piaceva, nell’altra diocesi,  domandare ai preti : «E dimmi», mi raccontavano i loro lavori, «dimmi, come vai a letto tu?». E non capivano.  «Sì sì, la notte come vai a letto?».  

«Arrivo stanco, prendo un boccone e vado a letto, e davanti al letto la televisione…».  «Ah, bravo! E non passi dal Signore, almeno a dargli la buonanotte?».  

Questo è il problema. Mancanza di vicinanza. Era normale la stanchezza del lavoro e andare  a riposare e vedere la televisione, che è lecito, ma senza il Signore, senza questa vicinanza. Aveva  pregato il rosario, aveva pregato il breviario, ma senza l’intimità con il Signore. Non sentiva il  bisogno di dire al Signore: «Ciao, a domani, grazie tante!». Sono piccoli gesti che rivelano  l’atteggiamento di un’anima sacerdotale. 

Troppo spesso, ad esempio, nella vita sacerdotale si pratica la preghiera solo come un  dovere, dimenticando che l’amicizia e l’amore non possono essere imposti come una regola esterna,  ma sono una scelta fondamentale del nostro cuore. Un prete che prega rimane, alla radice, un  cristiano che ha compreso fino in fondo il dono ricevuto nel Battesimo. Un prete che prega è un  figlio che fa continuamente memoria di essere figlio e di avere un Padre che lo ama. Un prete che  prega è un figlio che si fa vicino al Signore. 

Ma tutto questo è difficile se non si è abituati ad avere spazi di silenzio nella giornata. Se  non si sa deporre il “fare” di Marta per imparare lo “stare” di Maria. Si fa fatica a rinunciare  all’attivismo – tante volte l’attivismo può essere una fuga –, perché quando si smette di  affaccendarsi non viene subito nel cuore la pace, ma la desolazione; e pur di non entrare in  desolazione, si è disposti a non fermarsi mai. È una distrazione il lavoro, per non entrare in  desolazione. Ma la desolazione è un po’ il punto di incontro con Dio. È proprio accettando la  desolazione che viene dal silenzio, dal digiuno di attività e di parole, dal coraggio di esaminarci con  sincerità, proprio lì, che tutto assume una luce e una pace che non poggiano più sulle nostre forze e  sulle nostre capacità. Si tratta di imparare a lasciare che il Signore continui a realizzare la sua opera  in ciascuno e poti tutto ciò che è infecondo, sterile e che distorce la chiamata. Perseverare nella  preghiera significa non solo rimanere fedeli a una pratica: significa non scappare quando proprio la  preghiera ci conduce nel deserto. La via del deserto è la via che conduce all’intimità con Dio, a  patto però di non fuggire, di non trovare modi per evadere da questo incontro. Nel deserto «parlerò  al suo cuore», dice il Signore al suo popolo per bocca del profeta Osea (cfr. Os 2,16). Questa è una  cosa che il sacerdote deve domandarsi: se è capace di lasciarsi portare nel deserto. Le guide  spirituali, quelle che accompagnano i sacerdoti, devono capire, aiutarli e fare questa domanda: «sei  capace di lasciarti andare nel deserto? O vai subito all’oasi della televisione o di qualche altra  cosa?».

La vicinanza con Dio permette al sacerdote di prendere contatto con il dolore che c’è nel  nostro cuore e che, se accolto, ci disarma fino al punto di rendere possibile un incontro. La  preghiera che, come fuoco, anima la vita sacerdotale è il grido di un cuore affranto e umiliato, che – ci dice la Parola – il Signore non disprezza (cfr. Sal 50,19). «Gridano e il Signore li ascolta, / li  libera da tutte le loro angosce. / Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato, / egli salva gli spiriti  affranti» (Sal 34,18-19). 

Un sacerdote deve avere un cuore abbastanza “allargato” da fare spazio al dolore del Popolo  che gli è affidato e, nello stesso tempo, come sentinella annunciare l’aurora della Grazia di Dio che  si manifesta proprio in quel dolore. Abbracciare, accettare e presentare la propria miseria nella  vicinanza al Signore sarà la migliore scuola per poter, piano piano, fare spazio a tutta la miseria e al  dolore che incontrerà quotidianamente nel suo ministero, fino al punto di diventare egli stesso come  il cuore di Cristo. E ciò preparerà il sacerdote anche per un’altra vicinanza: quella al popolo di Dio.  Nella vicinanza a Dio il sacerdote rafforza la vicinanza al suo popolo; e viceversa, nella vicinanza al  suo popolo vive anche la vicinanza al suo Signore. E questa vicinanza con Dio – a me attira  l’attenzione – è il primo compito dei vescovi, perché quando gli Apostoli “inventano” i diaconi, poi  Pietro spiega la funzione e dice così: «E a noi [vescovi] la preghiera e l’annuncio della Parola»  (cfr. At 6,4). Cioè il primo compito del vescovo è pregare, e questo deve prenderlo anche il  sacerdote: pregare. 

«Lui deve crescere; io, invece, diminuire» (Gv 3,30), diceva Giovanni Battista. L’intimità  con Dio rende possibile tutto questo, perché nella preghiera si fa esperienza di essere grandi ai suoi  occhi, e allora non è più un problema per i sacerdoti vicini al Signore diventare piccoli agli occhi  del mondo. E lì, in quella vicinanza, non fa più paura conformarsi a Gesù Crocifisso, come ci viene  chiesto nel rito dell’ordinazione sacerdotale, che è molto bello ma lo dimentichiamo spesso. 

Passiamo alla seconda vicinanza, che sarà più breve della prima. 

  1. Vicinanza al vescovo 

Questa seconda vicinanza per molto tempo è stata letta solo in maniera unilaterale. Come  Chiesa troppo spesso, e anche oggi, abbiamo dato dell’obbedienza un’interpretazione lontana dal  sentire del Vangelo. L’obbedienza non è un attributo disciplinare ma la caratteristica più forte dei  legami che ci uniscono in comunione. Obbedire, in questo caso al vescovo, significa imparare ad  ascoltare e ricordarsi che nessuno può dirsi detentore della volontà di Dio, e che essa va compresa  

solo attraverso il discernimento. L’obbedienza quindi è l’ascolto della volontà di Dio che si discerne  proprio in un legame. Tale atteggiamento di ascolto permette di maturare l’idea che nessuno è il principio e il fondamento della vita, ma ognuno deve necessariamente confrontarsi con gli altri.  Questa logica delle vicinanze – in questo caso con il vescovo, ma vale anche per le altre – consente  di rompere ogni tentazione di chiusura, di autogiustificazione e di fare una vita “da scapolo”, o da  “scapolone”. Quando i preti si chiudono, si chiudono…, finiscono “scapoloni” con tutte le manie  degli “scapoloni”, e questo non è bello. Questa vicinanza invita, al contrario, a fare appello ad altre  istanze per trovare la via che conduce alla verità e alla vita. 

Il vescovo non è un sorvegliante di scuola, non è un vigilatore, è un padre, e dovrebbe dare  questa vicinanza. Il vescovo deve cercare di comportarsi così perché altrimenti allontana i preti,  oppure avvicina solo quelli ambiziosi. Il vescovo, chiunque egli sia, rimane per ogni presbitero e  per ogni Chiesa particolare un legame che aiuta a discernere la volontà di Dio. Ma non dobbiamo  dimenticare che il vescovo stesso può essere strumento di questo discernimento solo se anch’egli si  mette in ascolto della realtà dei suoi presbiteri e del popolo santo di Dio che gli è affidato. Scrivevo  nella Evangelii gaudium: «Abbiamo bisogno di esercitarci nell’arte di ascoltare, che è più che  sentire. La prima cosa, nella comunicazione con l’altro, è la capacità del cuore che rende possibile  la prossimità, senza la quale non esiste un vero incontro spirituale. L’ascolto ci aiuta a individuare il  gesto e la parola opportuna che ci smuove dalla tranquilla condizione di spettatori. Solo a partire da  questo ascolto rispettoso e capace di compatire si possono trovare le vie per una crescita, si può  risvegliare il desiderio dell’ideale cristiano, l’ansia di rispondere pienamente all’amore di Dio e  l’anelito di sviluppare il meglio di quanto Dio ha seminato nella propria vita» (n. 171). 

Non a caso il male, per distruggere la fecondità dell’azione della Chiesa, cerca di minare i  legami che ci costituiscono. Difendere i legami del sacerdote con la Chiesa particolare, con l’istituto  a cui appartiene e con il vescovo rende la vita sacerdotale affidabile. Difendere i legami.  L’obbedienza è la scelta fondamentale di accogliere chi è posto davanti a noi come segno concreto  di quel sacramento universale di salvezza che è la Chiesa. Obbedienza che può essere anche  confronto, ascolto e, in alcuni casi, tensione, ma non si rompe. Questo richiede necessariamente che  i sacerdoti preghino per i vescovi e sappiano esprimere il proprio parere con rispetto, coraggio e  sincerità. Richiede ugualmente ai vescovi umiltà, capacità di ascolto, di autocritica e di lasciarsi  aiutare. Se difenderemo questo legame procederemo sicuri nel nostro cammino. 

E credo che questo, per quanto riguarda la vicinanza ai vescovi, è sufficiente. 

  1. Vicinanza tra presbiteri 

È la terza vicinanza. Vicinanza a Dio, vicinanza ai vescovi, vicinanza ai presbiteri. È proprio  a partire dalla comunione con il vescovo che si apre la terza vicinanza, che è quella della fraternità. 

Gesù si manifesta lì dove ci sono dei fratelli disposti ad amarsi: «Dove sono due o tre riuniti nel mio  nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,20). Anche la fraternità come l’obbedienza non può essere  un’imposizione morale esterna a noi. Fraternità è scegliere deliberatamente di cercare di essere santi  con gli altri e non in solitudine, santi con gli altri. Un proverbio africano, che conoscete bene, dice:  

«Se vuoi andare veloce, vai da solo; se vuoi andare lontano, vai con gli altri». A volte sembra che la  Chiesa sia lenta – ed è vero –, ma mi piace pensare che sia la lentezza di chi ha deciso di camminare  in fraternità. Anche accompagnando gli ultimi, ma sempre in fraternità. 

Le caratteristiche della fraternità sono quelle dell’amore. San Paolo, nella Prima lettera ai  Corinzi (cap. 13), ci ha lasciato una “mappa” chiara dell’amore e, in un certo senso, ci ha indicato a  cosa dovrebbe tendere la fraternità. Innanzitutto a imparare la pazienza, che è la capacità di sentirci  responsabili degli altri, di portare i loro pesi, di patire in un certo senso con loro. Il contrario della  pazienza è l’indifferenza, la distanza che costruiamo con gli altri per non sentirci coinvolti nella loro  vita. In molti presbitéri, si consuma il dramma della solitudine, del sentirsi soli. Ci si sente non  degni di pazienza, di considerazione. Anzi, sembra che dall’altro venga il giudizio, non il bene, non  la benignità. L’altro è incapace di gioire del bene che ci capita nella vita, oppure anch’io ne sono  incapace quando vedo il bene nella vita degli altri. Questa incapacità di gioire del bene altrui, degli  altri, è l’invidia – voglio sottolineare questo –, che tanto tormenta i nostri ambienti e che è una  fatica nella pedagogia dell’amore, non semplicemente un peccato da confessare. Il peccato è  l’ultima cosa, è l’atteggiamento che è invidioso. È tanto presente l’invidia nelle comunità  sacerdotali. E la Parola di Dio ci dice che è l’atteggiamento distruttore: per invidia del diavolo è  entrato il peccato nel mondo (cfr. Sap 2,24). È la porta, la porta per la distruzione. E su questo  dobbiamo parlare chiaro, nei nostri presbitéri c’è l’invidia. Non tutti sono invidiosi, no, ma c’è la  tentazione dell’invidia a portata di mano. Stiamo attenti. E dall’invidia viene il chiacchiericcio. 

Per sentirci parte della comunità, dell’“essere noi”, non c’è bisogno di indossare maschere  che offrono di noi solo un’immagine vincente. Non abbiamo cioè bisogno di vantarci, né tanto  meno di gonfiarci o, peggio ancora, di assumere atteggiamenti violenti, mancando di rispetto a chi  ci è accanto. Ci sono anche forme clericali di bullying. Perché un sacerdote, se ha qualcosa di cui  vantarsi, è la misericordia del Signore; conosce il proprio peccato, la propria miseria e i propri  limiti, ma ha sperimentato che dove è abbondato il peccato ha sovrabbondato l’amore  (cfr. Rm 5,20); e questa è la sua prima buona notizia. Un sacerdote che ha presente questo non è  invidioso, non può essere invidioso. 

L’amore fraterno non cerca il proprio interesse, non lascia spazio all’ira, al risentimento,  come se il fratello che mi è accanto mi avesse in qualche maniera defraudato di qualcosa. E quando incontro la miseria dell’altro, sono disposto a non ricordare per sempre il male ricevuto, a non farlo  diventare l’unico criterio di giudizio, fino al punto magari di godere dell’ingiustizia quando riguarda  proprio chi mi ha fatto soffrire. L’amore vero si compiace della verità e considera un peccato grave  attentare alla verità e alla dignità dei fratelli attraverso le calunnie, la maldicenza, il chiacchiericcio.  

L’origine è l’invidia. Si arriva a questo, anche alle calunnie, per arrivare a un posto… E questo è  molto triste. Quando da qui si chiedono informazioni per fare vescovo qualcuno, tante volte  riceviamo informazioni ammalate di invidia. E questa è una malattia dei nostri presbitéri. Tanti di  voi siete formatori nei seminari, tenete conto di questo. 

Tuttavia, in questo senso non si può permettere che si creda che l’amore fraterno sia  un’utopia, tanto meno un “luogo comune” per suscitare bei sentimenti o parole di circostanza o un  discorso tranquillizzante. No. Tutti sappiamo quanto può essere difficile vivere in comunità o nel  presbiterio – qualche santo diceva: «la vita comunitaria è la mia penitenza» –, quanto è difficile  condividere il quotidiano con coloro che abbiamo voluto riconoscere come fratelli. L’amore  fraterno, se non vogliamo edulcorarlo, accomodarlo, sminuirlo, è la “grande profezia” che in questa  società dello scarto siamo chiamati a vivere. Mi piace pensare all’amore fraterno come a una  palestra dello spirito, dove giorno per giorno ci confrontiamo con noi stessi e abbiamo il  termometro della nostra vita spirituale. Oggi la profezia della fraternità rimane viva e ha bisogno di  annunciatori; ha bisogno di persone che, consapevoli dei propri limiti e delle difficoltà che si  presentano, si lascino toccare, interpellare e smuovere dalle parole del Signore: «Da questo tutti  sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). 

L’amore fraterno, per i presbiteri, non resta chiuso in un piccolo gruppo, ma si declina come  carità pastorale4, che spinge a viverlo concretamente nella missione. Possiamo dire di amare se  impariamo a declinarlo alla maniera che descrive san Paolo. E solo chi cerca di amare è al sicuro.  Chi vive con la sindrome di Caino, nella convinzione di non poter amare perché sente sempre di  non essere stato amato, valorizzato, tenuto nella giusta considerazione, alla fine vive sempre come  un ramingo, senza mai sentirsi a casa, e proprio per questo è più esposto al male: a farsi male e a  fare del male. Per questo l’amore fra i presbiteri ha la funzione di custodire, di custodirsi  mutuamente. 

Mi spingo a dire che lì dove funziona la fraternità sacerdotale, la vicinanza fra i preti, ci  sono legami di vera amicizia, lì è anche possibile vivere con più serenità anche la scelta celibataria.  Il celibato è un dono che la Chiesa latina custodisce, ma è un dono che per essere vissuto come  santificazione necessita di relazioni sane, di rapporti di vera stima e di vero bene che trovano la loro radice in Cristo. Senza amici e senza preghiera il celibato può diventare un peso insopportabile e  una contro-testimonianza alla bellezza stessa del sacerdozio. 

Adesso arriviamo alla quarta vicinanza, l’ultima, la vicinanza al popolo di Dio, al santo  popolo fedele di Dio. Ci farà bene leggere la Lumen gentium, 8 e 12. 

  1. Vicinanza al popolo 

Molte volte ho sottolineato come la relazione con il popolo santo di Dio è per ciascuno di  noi non un dovere ma una grazia. «L’amore per la gente è una forza spirituale che favorisce  l’incontro in pienezza con Dio»5. Ecco perché il posto di ogni sacerdote è in mezzo alla gente, in un  rapporto di vicinanza con il popolo. 

Ho sottolineato nella Evangelii gaudium che «per essere evangelizzatori occorre anche  sviluppare il gusto spirituale di rimanere vicini alla vita della gente, fino al punto di scoprire che ciò  diventa fonte di una gioia superiore. La missione è una passione per Gesù ma, al tempo stesso, è  una passione per il suo popolo. Quando sostiamo davanti a Gesù crocifisso, riconosciamo tutto il  suo amore che ci dà dignità e ci sostiene, però, in quello stesso momento, se non siamo ciechi,  incominciamo a percepire che quello sguardo di Gesù si allarga e si rivolge pieno di affetto e di  ardore verso tutto il suo popolo fedele. Così riscopriamo che Lui vuole servirsi di noi per arrivare  sempre più vicino al suo popolo amato. Gesù vuole servirsi dei sacerdoti per arrivare più vicino al  santo popolo fedele di Dio. Ci prende in mezzo al popolo e ci invia al Popolo, in modo che la nostra  identità non si comprende senza questa appartenenza» (n. 268). L’identità sacerdotale non si può  capire senza l’appartenenza al santo popolo fedele di Dio. 

Sono certo che, per comprendere nuovamente l’identità del sacerdozio, oggi è importante  vivere in stretto rapporto con la vita reale della gente, accanto ad essa, senza nessuna via di fuga.  «A volte sentiamo la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe  del Signore. Ma Gesù vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente  degli altri. Aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di  mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano, affinché accettiamo veramente di entrare in  contatto con l’esistenza concreta degli altri e conosciamo la forza della tenerezza. Quando lo  facciamo, la vita si complica sempre meravigliosamente e viviamo l’intensa esperienza di essere  Popolo, l’esperienza di appartenere a un Popolo» (ibid., 270). E il Popolo non è una categoria logica, no, è una categoria mitica; per capirlo dobbiamo avvicinarsi come ci si avvicina a una  categoria mitica. 

Vicinanza al popolo di Dio. Una vicinanza che, arricchita con le “altre vicinanze”, le altre  tre, invita – e in una certa misura lo esige – di portare avanti lo stile del Signore, che è stile di  vicinanza, di compassione e di tenerezza, perché capace di camminare non come un giudice ma  come il Buon Samaritano, che riconosce le ferite del suo popolo, la sofferenza vissuta in silenzio,  l’abnegazione e i sacrifici di tanti padri e madri per mandare avanti le loro famiglie, e anche le  conseguenze della violenza, della corruzione e dell’indifferenza, che al suo passaggio cerca di  mettere a tacere ogni speranza. Vicinanza che permette di ungere le ferite e proclamare un anno di  grazia del Signore (cfr. Is 61,2). È decisivo ricordare che il popolo di Dio spera di trovare pastori  con lo stile di Gesù, e non “chierici di stato” – ricordiamo quell’epoca in Francia: c’era il curato  d’Ars, il curato, ma c’era “monsieur l’abbé”, chierici di Stato. Anche oggi, il Popolo ci chiede  pastori del popolo e non chierici di Stato o “professionisti del sacro”; pastori che sappiano di  compassione, di opportunità; uomini coraggiosi, capaci di fermarsi davanti a chi è ferito e di tendere  la mano; uomini contemplativi che, nella vicinanza al loro popolo, possano annunciare sulle piaghe  del mondo la forza operante della Risurrezione. 

Una delle caratteristiche cruciali della nostra società di “reti” è che abbonda il sentimento di  orfanezza, questo è un fenomeno attuale. Connessi a tutto e a tutti, ci manca l’esperienza  dell’appartenenza, che è molto più di una connessione. Con la vicinanza del pastore si può  convocare la comunità e favorire la crescita del senso di appartenenza; apparteniamo al santo  popolo fedele di Dio, che è chiamato a essere segno dell’irruzione del regno di Dio nell’oggi della  storia. Se il pastore si smarrisce, se il pastore si allontana, anche le pecore si disperderanno e  saranno alla portata di qualsiasi lupo. 

Tale appartenenza, a sua volta, fornirà l’antidoto contro una deformazione della vocazione  che nasce precisamente dal dimenticare che la vita sacerdotale si deve ad altri – al Signore e alle  persone da Lui affidate –. Questa dimenticanza sta alla base del clericalismo – di cui ha parlato il  cardinale Ouellet – e delle sue conseguenze. Il clericalismo è una perversione, e anche uno dei suoi  segni, la rigidità, è un’altra perversione. Il clericalismo è una perversione perché si costituisce sulle  “lontananze”. È curioso: non sulle vicinanze, il contrario. Quando penso al clericalismo, penso  anche alla clericalizzazione del laicato: quella promozione di una piccola élite che, intorno al prete,  finisce anche per snaturare la propria missione fondamentale6, quella del laico. Tanti laici  clericalizzati, tanti: «Io sono di quell’associazione, siamo lì in parrocchia, siamo…». Gli “eletti”, laici clericalizzati, è una bella tentazione. Ricordiamo che «la missione al cuore del popolo non è  una parte della mia vita, o un ornamento che mi posso togliere, non è un’appendice, o un momento  tra i tanti dell’esistenza. È qualcosa che non posso sradicare dal mio essere sacerdotale se non  voglio distruggermi. Io sono una missione su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo.  Bisogna riconoscere sé stessi come marcati a fuoco da tale missione di illuminare, benedire,  vivificare, sollevare, guarire, liberare»7. 

Mi piacerebbe mettere in relazione questa vicinanza al popolo di Dio con la vicinanza a Dio,  poiché la preghiera del pastore si nutre e si incarna nel cuore del popolo di Dio. Quando prega, il  pastore porta i segni delle ferite e delle gioie della sua gente, che presenta in silenzio al Signore  affinché le unga con il dono dello Spirito Santo. È la speranza del pastore che ha fiducia e lotta  perché il Signore benedica il suo popolo. 

Seguendo l’insegnamento di sant’Ignazio che «non il molto sapere sazia e soddisfa l’anima,  ma il sentire e gustare le cose internamente» (Esercizi spirituali, Annotazioni, 2, 4), ai vescovi e ai  sacerdoti farà bene domandarsi come vanno le mie vicinanze, come sto vivendo queste quattro  dimensioni che configurano il mio essere sacerdotale in modo trasversale e mi permettono di gestire  le tensioni e gli squilibri con cui ogni giorno abbiamo a che fare. Queste quattro vicinanze sono una  buona scuola per “giocare in campo aperto”, dove il sacerdote è chiamato, senza paure, senza  rigidità, senza ridurre o impoverire la missione. Un cuore sacerdotale sa di vicinanza perché il  primo che ha voluto essere vicino è stato il Signore. Possa Egli visitare i suoi sacerdoti nella  preghiera, nel vescovo, nei fratelli presbiteri e nel suo popolo. Scompagini la routine e disturbi un  po’, susciti l’inquietudine – come al tempo del primo amore –, metta in moto tutte le capacità  affinché la nostra gente abbia vita e vita in abbondanza (cfr. Gv 10,10). Le vicinanze del Signore  non sono un incarico in più: sono un dono che Lui fa per mantenere viva e feconda la vocazione. La  vicinanza con Dio, la vicinanza con il vescovo, la vicinanza fra noi sacerdoti e la vicinanza con il  santo popolo fedele di Dio. 

Davanti alla tentazione di chiuderci in discorsi e discussioni interminabili sulla teologia del  sacerdozio o su teorie di ciò che dovrebbe essere, il Signore guarda con tenerezza e compassione e  offre ai sacerdoti le coordinate a partire dalle quali riconoscere e mantenere vivo l’ardore per la  missione: vicinanza, che è compassionevole e tenera, vicinanza a Dio, al vescovo, ai fratelli  presbiteri e al Popolo che è stato loro affidato. Vicinanza con lo stile di Dio, che è vicino con  compassione e tenerezza. 

E grazie a voi per la vostra vicinanza e la vostra pazienza, grazie, grazie tante! Buon lavoro  a tutti voi. Io vado in biblioteca perché ho tanti appuntamenti questa mattina. Pregate per me e io  pregherò per voi. Buon lavoro! 

Papa Francesco

Potete rivedere l'intero Simposio nelle lingue originali dei relatori o nelle traduzioni inglesi

INTERNATIONAL SOUND – 17/02/2022
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